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Un commento

Si fa presto a dire “Smart city”

Si fa presto a dire “Smart city”
Guelfo Tagliavini

Qualche tempo fa ,in preparazione dell’Assemblea dei dirigenti delle aziende industriali di FEDERMANAGER , preparai un contributo sul tema delle Smartcities.

Il titolo della mia relazione era: Ma quanto sono” Smart “le nostre città ?

Tracciavo un quadro da cui emergeva una generalizzata domanda di modernizzazione dei servizi e degli assetti organizzativi del territorio da parte di quelle comunità che vivono quotidianamente i maggiori disagi.

Scaturiva pertanto la pressante esigenza di focalizzare impegni progettuali e risorse finanziarie nella direzione di colmare le più acute discrasie aperte sul territorio.

Come non vedere che nella pianificazione ed organizzazione territoriale delle grandi aree urbane il disagio tra il centro e la periferia è andato rapidamente estendendosi di pari passo con l’inarrestabile processo di urbanizzazione.

Il fenomeno è certamente globale; anche nel nostro Paese la crescita delle aree metropolitane è una tendenza determinata dal radicale cambiamento del modello produttivo che evolve nella direzione dei servizi.

Mettevo in evidenza, in quelle mie brevi considerazioni, il rischio che si poteva correre nell’enfatizzare progetti di innovazione con caratteristiche spesso in contrasto con i criteri di ” sistema”.

La tentazione di stimolare e realizzare progetti definiti “smart” per applicazioni parziali , circoscritte e non replicabili rischia di tradursi in uno sforzo ingegneristico e finanziario che, anziché favorire le condizioni per una migliore e più organizzata fruizione del “bene città” , porta a frammentare i già modesti investimenti allo scopo destinati.

Il neo presidente del consiglio Renzi , nel corso del suo intervento al Senato per il voto di fiducia, fa propria una citazione dell’arch. Renzo Piano che denuncia la necessità di ” Rammendare” le malconce periferie delle nostre città.

Ritengo che dovendo fare i conti con le poche risorse disponibili sarebbe opportuno che, in materia di recupero si puntasse a realizzare progetti orientati a risolvere ,in prima battuta, i disagi di più ampia portata che certamente sopportano i cittadini delle grandi e spesso trascurate periferie urbane.

Ecco perché non mi sento di condividere le modalità con le quali si stanno promuovendo e finanziando ( MIUR e MISE ) una miriade di piccoli progetti ( ….. Mille Campanili… ) che credo siano più funzionali a creare visibilità per gli amministratori locali piuttosto che benefici in favore delle popolazioni residenti.

Non sarebbe male , a mio avviso, concentrare gli sforzi per “bonificare” le realtà più emarginate con l’obiettivo di riportare gli standard di vita a livelli accettabili.

Insomma una città “Smart” dovrebbe essere una città dove i suoi abitanti possono godere degli stessi servizi e delle stesse opportunità.

Cerchiamo allora di evitare di creare aree felici dove già esistono accettabili condizioni di vita e concentriamoci sulle tante “ emergenze”. Abbiamo a disposizione un ventaglio di soluzioni tecnologiche in grado di migliorare la nostra vita ;

utilizziamolo con criterio , questo sì dovrebbe essere il nostro approccio “SMART”.

 

 

Commenti

  1. Paolo Cannavò

    Barcellona ha già definito alcune linee strategiche. Perché non trovare una città che in Italia voglia realmente impegnarsi a divenire smart?
    Non è semplice.

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