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Il tempo delle scelte, del coraggio e dell’impegno

Il tempo delle scelte, del coraggio e dell’impegno
Vincenzo Tizzani

Qualche settimana fa, la UE ha pubblicato il suo rapporto sullo stato della Europa Digitale. Sono stati misurati i 28 paesi della UE secondo il Digital Economic and Social Index (DESI). Si tratta di un sistema di misura dell’efficacia delle iniziative nei vari paesi per avviare quel circolo virtuoso che permette una trasformazione digitale delle imprese e della pubblica amministrazione. Il nostro paese non fa una bella figura, si registrano progressi ritenuti troppo lenti e il suo ranking globale è venticinquesimo su ventotto paesi, davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. Il DESI, tuttavia, è un campanello  d’allarme per l’Italia non solo perché ci mostra in quali gravi condizioni versiamo, ma anche per altre considerazioni che si scoprono approfondendo il discorso. E allora …. approfondiamo. La UE ci mette a disposizione maggiori dati rilevati, scendendo al livello di ogni singolo paese. I giornali hanno dato notizia dei risultati limitandosi, però, ad una analisi piuttosto superficiale. Complice la vittoria della Juve sul Napoli che ha monopolizzato gli interessi, il campanello di allarme non è stato sentito. Cosa volete, la vita è una questione di priorità.

Il rapporto è molto articolato e prende in esame una lista di indicatori chiave a cinque dimensioni: connettività, capitale umano, uso di internet, integrazione digitale, servizi pubblici digitali e ricerca e sviluppo. Ovviamente, per finire venticinquesimi è necessario esser scarsi in tutti gli indicatori e, infatti, a guardare nel dettaglio il comportamento del nostro paese risulta proprio così. A fronte di un 28% di italiani che non ha mai usato internet, in Europa corrisponde solo il 16%. Poco più della metà degli italiani. Sorgono spontanee alcune domande, non proprio simpatiche.

desi-2016-radial-it_2Nel DESI ci sono molte conferme e qualche sorpresa. Le conferme, negative, vengono un po’ da tutti gli indicatori ma due di questi sono particolarmente interessanti. Il primo riguarda il commercio elettronico. È seccante, ma le aziende italiane denunciano un calo sensibile dei consumi interni ma non si avventurano sui mercati nuovi, aperti del commercio elettronico. Organizzare una vendita su internet costa meno che organizzare un dipartimento vendite in azienda e, per questa ragione, su internet il pubblico trova oggetti e servizi a prezzi più abbordabili di quelli del negozio sotto casa. Dunque, cosa aspettiamo! Se non vendiamo attraverso i canali tradizionali, apriamo un canale via internet. E invece no. Su internet vendono solo il 6,5% delle aziende italiane. In Europa il 16%. Più del doppio. Non basta. Anche la quota delle aziende che vendono i propri prodotti fuori dal proprio paese di origine è inferiore alla media UE. L’Irlanda ha il 16% delle PMI che vende all’estero e la Germania il 10%. In sostanza, questo vuol dire che le PMI dei nostri cugini europei, a fronte di una restrizione del mercato interno hanno cominciato a vendere all’estero, la qualcosa non è riuscita alle nostre imprese. Ne consegue che i consumatori italiani comprano beni di imprese europee invece che italiane.

La commercializzazione attraverso il canale di internet è uno degli strumenti della innovazione digitale. Come già molti autorevoli commentatori hanno segnalato su queste pagine, l’innovazione digitale non si improvvisa, si pianifica e l’ingrediente di base per la sua pianificazione sono gli uomini che abbiano ben chiaro il risultato da raggiungere e, altrettanto chiaro, la trasformazione aziendale da sostenere per adeguarsi agli strumenti digitali. Cioè, sono necessari supertecnici o semplicemente tecnici competenti.

Vediamo, allora cosa ne dice la nostra indagine europea. La popolazione italiana è mediamente digitalmente più ignorante che nel resto dell’Europa (47% con 55%). In Italia i laureati in Scienze, Tecnologia e Matematica (laureati STEM), cioè l’ossatura delle innovazione digitale, sono il 1,4% dei giovani tra i 20 e i 29 anni. La media europea è 1,8% con picchi per Francia e Regno Unito del 2,4%. Se esaminiamo la forza lavoro delle aziende italiane, solo il 2,4% della forza lavoro è STEM contro un 3,7% della media EU e picchi del 6,5% in Finlandia e 6% in Svezia. Viene il sospetto che le imprese italiane non siano digitalmente pronte per mancanza di personale adeguato.

Dunque, ricapitolando, il mercato si è ristretto, le PMI europee hanno cercato e trovato altre modalità per raggiungere nuovi mercati, anche oltre i confini nazionali, anche in casa nostra, e le PMI italiane (ma le grandi imprese si comportano anche peggio rispetto ai diretti competitori) non hanno fatto altrettanto per mancanza di personale specializzato.

Fin qui le conferme di una incapacità nazionale di stare al passo con i tempi. E veniamo alle sorprese. In questo panorama piuttosto sconsolante, uno solo degli indicatori del DESI ci vede nella media europea. Non al vertice, nella media. Si tratta dei Servizi Pubblici Digitali. I servizi pubblici digitali della tanto vituperata PA sono nella media europea. Servizi pubblici digitali significano maggiore efficienza per la pubblica amministrazione, cittadini e imprese, nonché servizi migliori per il cittadino. Un vantaggio per tutti e un’arma contro il malaffare e il devastante costume della corruttela.

Insomma da qualche parte bisognava pur cominciare.

Il confronto raccontato dalla UE con il DESI, non è come un incontro di calcio. I risultati di oggi dipendono dalle scelte di ieri e i risultati di domani dipenderanno dalle scelte di oggi. È arrivato il tempo delle scelte, del coraggio e dell’impegno. Questo paese non può sperare di venirne fuori senza una sana coraggiosa politica industriale che cominci dalle scuole, dalle università, che riconosca il merito e promuova una cultura di progresso.

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