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I love Start Up. Ma l’Italia non è – ancora – la California.

I love Start Up. Ma l’Italia non è – ancora – la  California.
Emanuela Negro-Ferrero

Start Up? Yes, we can. Start Up è ’ un termine che fa notizia. In  Italia, sempre più persone ne capiscono il significato. Moltissimi i giovani – e meno giovani.-  italiani ha fatto propria questa dimensione e la nutre con le proprie idee, competenze, aspettative, successi e fallimenti. A che punto siamo in Italia? Avanti anni luce se si considera la qualità dei progetti incubati presso i principali incubatori del paese, Indietro di secoli se si fa un paragone con il fantastico mondo della Silicon Valley in California dove, chiunque abbia un’idea valida può realizzarla e trovare subito un investitore. E dove, stando ai dati pubblicati da Federico Rampini, se hai fatto flop la prima volta hai molto più possibilità di incontrare chi crede in te e nella tua impresa rispetto a chi non ha mai fallito. Perché chi decide di investire vuole un team composto da professionisti esperti e interiormente solidi. Rischio si, quindi,ma con una visione decisamente più aperta rispetto alla nostra. In Italia invece, se una persona, un imprenditore, ha  inanellato una serie di fallimenti,  per la maggior parte degli interlocutori questo viene vissuto come un rischio. Chi se la sente di investire senza garanzie in tempi come questi? Privi di una prospettiva immediata di un ritorno economico, gli investitori e le banche preferiscono restare alla finestra e attendere di fare il colpo.  Costringendo centinaia di buone idee con altrettanto buon potenziale di rimanere tali. Che fare allora? In realtà niente  di nuovo sotto il sole. Per portare avanti la propria idea imprenditoriale bisogna crederci fortemente. Non so più chi mi ha raccontato che il bisnonno Ferrero consegnava personalmente la sua ricetta speciale, la Nutella, andando di negozio in negozio con un carretto.Il segreto del suo successo? La possibilità di restituzione dell’invenduto. Ed è stato un grande successo costruito dal nulla. Come primo passo, essendo io stessa startappata credo  sia importante iniziare a fare un po’ di chiarezza. Con sé stessi e con quello che si vuole ottenere e costruire. In linea teorica le nuove imprese sono sempre esistite, ne nascono ogni giorno ovunque. Ma non sono tutte Start Up,anzi. Aprire una pizzeria non vuol dire fare una Start Up. A meno che la pizzeria in questione non contenga un quid di innovazione tale da farla diventare una catena globale di pizzerie dotate, azzardo, di un forno ad alta tecnologia che consente al pizzaiolo di sfornare pizze croccanti dimezzando  il tempo di cottura. Una Start Up non è una partita Iva. Non è una Srl con l’amico del cuore per fare dei lavoretti. Una Start Up è tale perché chi la costituisce desidera portare al mondo qualche cosa di diverso, di nuovo e, possibilmente che migliora la vita delle persone e che, se va bene, può trasformarsi in un lavoro.Ma non siamo in California.  In Italia, da tempo, la classe politica annuncia grandiosi investimenti per l’innovazione ma, quando deve scendere dalle parole ai fatti, la realtà è deludente. Agli stanziamenti alle piccole imprese ad alto contenuto tecnologico ( che spesso arrivano dopo anni) seguono sempre tagli e limature ai fondi già scarsi e inadeguati da destinare allo sviluppo della banda larga. Considerando il digital divide che in Europa ci fa fare la figura dei selvaggi, direi che il quadro non è dei migliori. Eppure qualcuno ce la fa.  Chi con grande successo e chi con una dimensione meno ampia ma non per questo fallimentare. Ho deciso allora di scovare in rete e raccontare la storia di alcune Start Up italiane che ce l’hanno fatta. Dal grande exploit al minimo ma, tutte in grado di generare posti di lavoro e fatturato.

YOOX – Fondata nel 2000 a Bologna da Federico Marchetti, la piattaforma di e-commerce YOOX è partner di molti dei principali brand della moda e del design. A fine 2009 quotata alla Borsa di Milano generando 95 milioni di euro con una valutazione di 217 milioni di euro. Distribuisce in più di 100 Paesi nel mondo.

NEPTUNY – Fondata nel 200 da Fabio Violante e Paolo Bozzola, è la prima vera Start Up dell’acceleratore di Imprese del Politecnico di Milano. Ha sviluppato prodotti per l’ottimizzazione delle risorse hardware e software all’interno dei grandi data center. Nel 2010 la parte dedicata ai software per il business è stata acquisita dal colosso BMC Software quotato al Nasdaq per una cifra non dichiarata

GNAMMO – Fondata nel 2012 da Gianluca Ranno,è un sito in cui condividere con nuovi amici la propria abilità ai fornelli o la passione per il cibo. Offre a tutti, semplici appassionati o professionisti, la possibilità  di organizzare pranzi cene ed eventi in casa propria. Una sorta di Facebook del buongustatio che, dopo pochi mesi, ha ricevuto da Libero un fiannziamento ed è appetita da aziende del settore per il lancio di prodotti e l’organizzazione di eventi a tema.

VENERE – Venere.net è un sito per la prenotazione di alberghi e bed &breakfast. Fondata nel 1995 da quattro studenti universitari, Matteo Fago, Marco Bellacci, Renata Sarno e Gianandrea Strekelij, nel 2003 raggiunge il milione di prenotazioni, nel 2006 vende la quota di maggioranza al fondo di private equity Advent International. Nel 2008 Expedia, il leader mondiale dell’e-commerce turistico, acquisisce la totalità della società. La cifra, si dice, gira attorno ai 200 milioni di euro.

Sono solo quattro esempi. Alcuni di loro, come Yoox, sono partiti con un finanziamento regionale. Altri, come Gnammo, sono stati incubati al Politecnico di Torino e hanno seguito il percorso canonico previsto sino ad ottenere il primo “seed” da parte di uno dei molti investitori che restano in silenziosa osservazione sino a quando l’idea non dimostra di diventare un business.  Il comune denominatore è certamente la voglia di creare una propria impresa e di innovare.

 

 

 

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