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Da manager industriali a neo-imprenditori innovativi: un cambio di prospettiva per il rilancio del paese

Da manager industriali a neo-imprenditori innovativi: un cambio di prospettiva per il rilancio del paese
Roberto Zambetti

Il dato sul crollo dell’occupazione manageriale causato della crisi economica lascia senza fiato: manager dimezzati nelle aziende italiane nel trienno 2010-2013 (un calo occupazionale di oltre il 54% secondo le elaborazioni di Federmanager ALDAI e GIDP – Direttori del Personale dei dati Eurostat), ben peggio del valore medio europeo del 30% per lo stesso periodo.

In questa situazione la creazione di nuove imprese innovative in Italia può essere una risposta creativa per leggere con occhi nuovi lo scenario che ci aspetta nei prossimi anni.

L’alternativa è di ingrossare ulteriormente il flusso di manager e di contractor che lasciano l’Italia, insieme ai giovani talenti, per cercare un’occupazione di qualità in paesi ben più competitivi del nostro, a partire dai servizi e dalle infrastrutture digitali messi a disposizione dei cittadini e delle imprese.

Dobbiamo infatti purtroppo ricordare che i dati di Digital Agenda Scoreboard ci vedono sistematicamente in fondo alle classifiche EU27 rispetto all’avanzamento degli obiettivi strategici dell’Agenda Digitale Europea per il 2020, specialmente per quanto riguarda la diffusione della cultura digitale, in particolare nella pubblica amministrazione.

Questi dati indicano che esiste altresì un’opportunità di lavorare intensamente per fornire soluzioni che aiutino a superare questi gap (che sono sia culturali che infrastrutturali) con la creazione di nuove imprese che sappiano approcciare questo problema in modalità innovativa sia in termini di modello di business che di soluzioni tecnologiche ICT abilitanti, da concepire globalmente e che vedano l’Italia come mercato iniziale di lancio.

Le nuove modalità di Go-to-Market basate su “market place” in Internet e i paradigmi del “Cloud computing” permettono di indirizzare efficacemente le numerose nicchie di mercato da parte di aziende piccole ma ben focalizzate, frugali e profittevoli.

La trasformazione dalla mentalità del manager a quella dell’imprenditore non è facile ne indolore. Bisogna abbandonare la “comfort zone” dello status dirigenziale, con i relativi “cerimoniali” e servizi di supporto che si hanno a disposizione lavorando in una organizzazione strutturata di grandi dimensioni. All’inizio può capitare di dover rinunciare persino all’ufficio e alla scrivania personale per cominciare lavorando da casa in modalità “home office” e questo psicologicamente non è semplice per se e per la propria famiglia…

La vita del neo-imprenditore è fatta di incertezza e di rischi, con l’impossibilità di separare il successo personale da quello dei risultati economici della propria impresa.  Questo è molto diverso dall’operare come manager in una grande azienda dove i processi organizzativi rendono più impersonale l’eventuale negatività delle performance del business. Perfino l’assenza di un responsabile diretto con cui confrontarsi può rendere difficoltoso questo processo di transizione.

La sfida è però molto stimolante e motivante soprattutto se il progetto imprenditoriale genera valore distintivo apprezzabile dai clienti. Non ha certo alcun senso spendere energie per realizzare prodotti o servizi “commodity” in un mercato ICT già presidiato da competitor attivi da tempo e di dimensioni ben maggiori.

Quello che non deve mancare al neo-imprenditore è l’ispirazione che guidi lo sviluppo dell’iniziativa economica e che dia senso all’enorme sforzo richiesto per avviare una nuova impresa, specialmente in questa congiuntura economica così sfavorevole. Tradurre l’ispirazione imprenditoriale in risultati di business concreti può essere sostenibile e profittevole se si applicano i metodi che i manager italiani ben conoscono: visione strategica ed esecuzione impeccabile.

Dobbiamo farlo ora e in grande numero, per noi e per le generazioni future.

Commenti

  1. Roberto Zambetti

    Grazie Gianni per il tuo commento al post.
    Condivido il tuo punto di vista, specialmente nel forte richiamo al manager come figura capace di visione e di gestire la complessità del cambiamento e non solo l’operatività del giorno per giorno…

  2. Giovanni Panzeri

    Convidido l’approccio che dovrebbe caratterizzare il manager, con abbandono di una “confort zone” che di fatto non esiste più o perlomeno è “a tempo determinato”. Sono convinto in ogni modo che si debba lavorare comunque su due distinti piani, con metodi e muscoli completamente diversi per ciascun layer.
    Il primo è quello dei progetti medio-grandi, siano essi di infrastruttura o di servizio, per companies medio-grandi (dove ancora esistono) dove seppure con cambio di paradigma (managerialità basata sul concetto di azienda-rete – network, capacità di adattamento con la realtà esistente – bottom-up, guardare fuori dai confini di competenza – out of borders) è necessario far passare una posizione univoca , un disegno in sede Europea , dove il nostro paese possa essere percepito con una sua propria identità. In questo caso ci vogliono muscoli oltre alla flessibilità.
    Il secondo è quello delle piccole realtà, dove lo spirito innovativo non ha bisogno di grandi muscoli, perchè può essere sufficiente il livello di tecnologia presente ora.
    In due parole, il ruolo del manager di oggi deve coniugare il meglio della new guard e della old guard. A tal proposito segnalo un post interessante! https://plus.google.com/104991738323027528676/posts/JEN829ZKqGW

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