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Comma 22

Comma 22
Vincenzo Tizzani

È sempre più frequente imbattersi in titoli di giornale che parlano di “disruptive technologies”. Sarà l’assonanza con la termine italiano “distruttivo” ma il tema è considerato caldo. È l’uomo che morde il cane del giornalismo anglosassone. Quando non ci spaventano le alluvioni, gli attentati e i clandestini, si ricorre alle disruptive technologies. Disruptive, in italiano si traduce con: dirompente. Parafrasando J.F. Kennedy, potremmo dire che “Si possono anche trascurare le tecnologie digitali, ma prima o poi essesi occuperanno di te”. Che tradotto in un linguaggio volgare vuol dire: o le aziende si adegueranno al nuovo mondo o saranno messe in serie difficoltà da aziende concorrenti che si saranno, per tempo, adeguate. Quel che è certo è che le tecnologie digitali stanno fortemente impattando le aziende di tutti i settori, ottimizzando la gestione del business e rendendo i processi più efficienti ed efficaci, dalla produzione al rapporto con i clienti.

La perdita di competitività del nostro paese e delle sue imprese dipende anche dal mancato adeguamento alle tecnologie digitali. Ci sono, tuttavia, tre verità che vanno messe in luce.

La prima verità, che sempre più spesso emerge dai racconti e dagli studi di consulenza, è che l’innovazione digitale, o trasformazione digitale, è un percorso che nasce dai vertici aziendali e poi coinvolge l’intera struttura, ne modifica i processi, rivoluziona i rapporti con clienti e fornitori e richiede il cambio del modello di business. Il corollario è che l’innovazione non si fa “off the shelf”, ovvero non basta dotarsi di apparecchiature tecnologicamente nuove per sostituire quelle obsolete. L’obiettivo non è fare a minor costo, con meno errori e più velocemente ciò che si è fatto fino a ieri, ma è necessario fare cose nuove in modo nuovo e gli strumenti tecnologicamente aggiornati sono necessari ma non più sufficienti.

La seconda verità è data dal fattore umano. Per fare innovazione digitale è richiesto, a tutti, dalla prima all’ultima ruota del carro, un salto culturale ed è necessario il supporto di personale esterno che porti con se competenze tecnologiche, commerciali, di marketing, legali, organizzative maturate alla luce delle tecnologie digitali. È necessario costituire una squadra di lavoro, fatta da personale esterno competente e personale interno, che tracci la rotta e tenga la barra ferma.

La terza verità è che l’innovazione digitale ha un costo; costo che deriva dall’acquisto di beni strumentali, beni immateriali (software, brevetti e diritti) e servizi (progettazione, consulenze, istruzione, formazione e aggiornamento). Non è facile dire quali siano i rapporti fra questi diversi costi perché dipendono da obiettivi, mercato di riferimento, qualità del personale. Quel che è certo è che i beni strumentali sono una percentuale del costo totale sempre minore. Questa situazione è in netto contrasto con i sistemi creditizi. Le banche non sono preparate. Hanno difficoltà a valutare la bontà dei progetti di innovazione, hanno difficoltà a valutarne il valore, hanno difficoltà a valutare il rischio creditizio. Ne consegue che, data la necessità di innovazione, ogni impresa potrebbe trovarsi nella impossibilità di cominciare il percorso di innovazione a causa di mancanza di credito.

Il Comma 22, qualcuno lo ricorderà, diceva che chi è pazzo può chiedere di essere esonerato dall’andare in battaglia. Ma chi chiede di essere esonerato dalla battaglia non è pazzo. Le aziende hanno bisogno di innovazione, per l’innovazione c’è bisogno di capitali ma le banche non fanno capitali a chi non ne ha. È necessario superare il Comma 22, è necessario un patto sociale, uno sforzo degli istituti di credito che permetta alle imprese di valorizzare i propri progetti di digitalizzazione e agevolmente restituire il capitale prestato. Non c’è da fare beneficenza, bisogna solo costituire un clima di fiducia. Bisogna trovare un metodo per assicurare, con ragionevole certezza, un ritorno economico dalla trasformazione digitale. Fino a mettere in moto un circolo virtuoso.

Il sistema creditizio e finanziario deve adeguarsi ai tempi, alla mobilità dei capitali, alla dimensione delle imprese, all’andamento dei mercati, alle garanzie dei depositi e alle necessità di innovazione dei clienti. Ne va della loro stessa vita.

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