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6 validi motivi per cui il giorno lavorativo di 8 ore non ha senso

6 validi motivi per cui il giorno lavorativo di 8 ore non ha senso
Redazione

Nonostante lo smart working (lavoro agile) si configuri e consolidi ormai come nuovo vincente approccio all’organizzazione aziendale, la giornata lavorativa di 8 ore rimane lo standard per le nostre società. Questa scelta non ha molto senso innanzitutto perché il cervello umano non è in grado di essere prestante così a lungo nell’arco di una giornata e per moltissimi altri motivi che cercheremo di riassumere.

  1. È antiquato

La settimana lavorativa di 40 ore è un sottoprodotto della rivoluzione industriale. Lavorare in fabbrica infatti non richiedeva un lavoro cognitivo pesante. Quindi, una scelta di orario che massimizzasse la produzione e il fatto che qualcuno lavorasse il più a lungo possibile senza subire un danno fisico aveva senso. I modelli della rivoluzione industriale ora però non sono più attuali, occorre pensarne di nuovi basati sulle rinnovate necessità.

  2. La performance migliore del cervello dura solo 2 ore
Anders Ericsson, professore svedese di psicologia all’Università della Florida, ha scoperto che i top performer in tutti i campi non sono in grado di sostenere un lavoro intenso in profondità e concentrazione per più di 2 ore.Esiste infatti un punto in cui l’output dei nostri sforzi inizierà a declinare sia in termini di qualità che di quantità. In economia questa condizione è conosciuta come la legge dei rendimenti decrescenti.

  1. La produttività massima è diversa per tutti

Che si tratti di compiti impegnativi dal punto di vista fisico o cognitivo, ci sono persone che tendono a essere più prestanti nella prima parte della giornata (le allodole) altri invece nella parte successiva della giornata (i gufi). Queste differenze individuali sono radicate nei nostri ritmi biologici, dipendono da quando vengono rilasciati vari ormoni associati all’energia e alla concentrazione e a quando la temperatura corporea aumenta e diminuisce. Inoltre operiamo tutti con ritmi diversi. È possibile che ci stiamo perdendo i più alti livelli di performance delle persone semplicemente perché insistiamo sul fatto che lavorino tutti le stesse 8 ore al giorno.

  1. La qualità del tempo conta più della quantità

La relazione tra tempo e produttività è un’illusione. Siamo abituati a pensare che output e tempo siano direttamente proporzionali tra loro. L’intensità di messa a fuoco e di lavoro reale conta molto più del tempo trascorso a realizzarlo. In un’economia di knowledge worker infatti non ha assolutamente senso misurare qualcuno in base a quanto tempo sta seduto a una scrivania.

  1. Forza di volontà

Nell’arco delle 8 ore gli impiegati sono chiamati a prendere molte decisioni, e in questo processo riducono spesso completamente la loro forza di volontà. Le ricerche dello psicologo sociale Roy Baumeister hanno dimostrato che le persone sottoposte a processo prima di pranzo avevano molte più probabilità di ottenere la libertà condizionale di quelle che avevano avuto le loro udienze dopo la pausa. Con il passare delle ore aumenta l’affaticamento decisionale e la capacità di prendere decisioni diminuisce drasticamente. Un modo per preservare la tua forza di volontà è quello di limitare il numero di elementi nella tua lista di cose da fare e avere una sorta di routine giornaliera da seguire.

  1. Le innovazioni creative non avvengono quando si è seduti a una scrivania

In quello che Seth Godin chiama economia di connessione, il lavoro non consiste più nel massimizzare la produzione ma nell’innovazione e nella creatività. L’intuizione creativa di solito è il risultato del tempo passato lontano dallo schermo del computer, oltre l’orario di lavoro. È il risultato di un periodo di incubazione. Nel cervello opera infatti un complesso sistema che si attiva solo quando la mente è a riposo, Srini Pillay ad esempio nel suo ultimo libro dimostra quanto il tempo che consideriamo perso sia effettivamente tempo guadagnato.

 

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